Rocco Pinto: “Torino città che legge”

Rocco Pinto: “Torino città che legge”

Quale posto è migliore di una libreria per parlare di editoria e iniziative culturali grandi e piccole, di Salone dei Libro, di altri appuntamenti con le pagine stampate e rilegate e, più in generale, del sistema culturale torinese? E proprio tra gli scaffali di una libreria di borgo Rossini abbiamo incontrato Rocco Pinto, libraio da trent’anni per professione e, soprattutto, per passione. Attraverso una consultazione on line ha scelto il nome della sua libreria, “Ponte sulla Dora”, che ricorda il titolo di un romanzo dello scrittore jugoslavo Ivo Andric, premio Nobel per la letteratura nel 1961 e autore de “Il ponte sulla Drina”.

Rocco, come è cambiato negli ultimi anni il quartiere dove hai scelto di aprire la tua libreria?

Ho scelto borgo Rossini perché è un quartiere cerniera tra centro e periferia. La mia libreria si affaccia su una piazza molto frequentata e che al suo centro ha una fontana che oggi, purtroppo, non è più funzionante e, mi dicono per mancanza di fondi, non è possibile riattivare. In questi tre anni, in via Catania hanno aperto nuovi studi professionali, di architetti, ed esercizi commerciali di qualità, come la gelateria Marchetti e la torteria “Berlicabarbis”, per servire il nuovo campus universitario Einaudi. Il cuore pulsante del quartiere si è spostato da corso Regio Parco a via Catania.

In un quartiere come borgo Rossini, qual è la funzione di una libreria?

Sono convinto che le librerie possano cambiare il territorio che le circonda, creare sinergie con le istituzioni, le scuole, le biblioteche e altri soggetti che operano nel quartiere. Ad esempio, quest’anno si è svolta la terza edizione di “Appesi ad un libro”, un’iniziativa organizzata con l’istituto comprensivo Regio Parco che si propone accrescere la passione per la lettura e per altri linguaggi espressivi, come musica, pittura e fotografia, attraverso una mostra allestita in strada. L’esposizione è stata preceduta da una simbolica piccola installazione di ogni famiglia che ha appeso il proprio libro preferito al balcone a testimoniare il legame con i libri che hanno lasciato un’impronta nella vita e per i quali si prova gratitudine e affetto. Libri che hanno creato una sorta di dipendenza, che spesso sono stati letti tutto d’un fiato. “Appesi” a un libro, appunto.

Se la gente non entra in libreria, sono i libri che cercano i lettori. Funziona così con le iniziative Portici di carta e Torino che legge, altre due tue creature?

A Torino ci sono 120 librerie e di queste di queste 68 sono quelle indipendenti, un record a livello nazionale e un patrimonio da preservare. Le librerie presenti nelle periferie sono poi quelle da sostenere maggiormente perché rappresentano una sorta di avamposto culturale dove c’è più bisogno. “Portici di carta” e “Torino che legge” sono due iniziative, create da una squadra di persone e non soltanto da me, che hanno l’obiettivo di promuovere l’intera filiera del libro: le libreria devono agire insieme, e non farsi concorrenza, per far crescere il desiderio di leggere e di conoscere attraverso le pagine stampate. Capita però che, nel momento di maggiore visibilità come lo è Portici di carta, le risorse a disposizione sono sempre meno e, ogni anno, l’esistenza della manifestazione viene messa in discussione. Quest’anno la visibilità di Portici di carta è stata addirittura offuscata dalle polemiche sul Salone del libro.

A proposito del Salone del libro, cosa ne pensi?

Penso che Torino sia troppo concentrata sui grandi eventi e che, quindi, scordi che oltre la settimana dell’evento ci sono persone che vivono di libri per 365 giorni l’anno. Forse è utile sapere che per librerie il Salone rischia di essere un danno economico quella del Salone è, infatti, la settimana più grigia per gli incassi. Bisognerebbe, dunque, potenziare il Salone Off e dare maggiore visibilità alle librerie cittadine nel manifestazione del Lingotto.

Polemico?

Sì, non capisco perché si debba avere un’attenzione maggiore per grandi eventi e grandi rassegne, rispetto all’attività che quotidianamente svolgono le librerie, soprattutto quelle presenti nelle zone più periferiche e difficili della città. Ad esempio, credo che il Circolo dei Lettori debba promuovere maggiormente i luoghi della lettura come le librerie e le biblioteche, facendo girare anche i suoi ospiti – spesso autori stranieri – per questi luoghi. Probabilmente la politica preferisce gli appuntamenti che coinvolgono migliaia di persone perché danno a chi li promuove maggiore visibilità, anche a fini di consenso ed elettorali.

Allora, cosa ritieni debba fare la politica?

La politica, e soprattutto la sinistra, dovrebbe riconoscere il valore sociale dell’attività svolta dalle librerie, soprattutto nei quartieri dove è più difficile diffondere cultura. Ad esempio, in Italia non c’è una legge che riconosce le librerie di qualità, ce n’è una sull’editoria ma nessuna che guardi a tutta la filiera del libro. In Toscana e in Puglia ci sono stati i primi esperimenti normativi e credo che tra le buone pratiche vada anche ricordato il “Patto per il libro” di Milano.

Vuoi dire che Torino, che ha l’ambizione di presentarsi come città del libro, deve fare qualcosa di diverso per esserlo veramente?

Si deve superare la logica dei grandi eventi collettori di attenzioni, risorse esorbitanti e scandali. La cultura è un bene comune, che deve poter essere goduto da tutti. Insomma, occorre tornare a condividere le cose belle con tutti e dappertutto, in centro come in periferia.

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