Giovanni De Luna: fare di Torino un laboratorio di riflessione storiografica per superare i riti della ‘memoria’

1 giugno 2016 Interviste
Giovanni  De Luna: fare di Torino un laboratorio di riflessione storiografica per superare i riti della ‘memoria’

Accade. Anche nei tortuosi incontri elettorali può succedere di incrociare dibattiti che vanno oltre alle questioni del voto.
È successo a Casa Gramsci, in piazza Carlo Emanuele II a Torino (forse più nota come piazza Carlina), dove è andata in scena una  interessante discussione sul ‘Ruolo della memoria in politica: valorizzare i luoghi e le storie della nostra città’.
Oltre al candidato Gianguido Passoni hanno incrociato ragionamenti la direttrice della Fondazione istituto Gramsci, Dunia Astrologo e due storici Marco Albeltaro e Giovanni De Luna. E proprio le affermazioni di quest’ultimo hanno sollecitato alcuni spunti: sulla memoria, sul valore che essa ha nella costruzione di una società più consapevole della sua storia.

La memoria pubblica – scrive De Luna nel suo libro ‘La Repubblica del dolore’ edito da Feltrinelli – è un patto in cui ci si accorda su cosa trattenere e cosa lasciar cadere degli eventi del nostro passato. Su questi eventi si costruisce l’albero genealogico di una nazione”.
In questo processo la politica ha un ruolo rilevante. Ma oggi, sottolinea De Luna “La politica non è in grado di proporre antidoti ai guasti della memoria fondata sulla centralità delle vittime”.

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L’evento di Progetto Torino: da sinistra, Marco Albeltaro, Gianguido Passoni, Dunia Astrologo, Giovanni De Luna

Lei sostiene che la memoria è raffigurata dentro canoni che vedono le vittime al centro del ricordo. Una sorta di ‘privatizzazione della memoria’ che appiattisce i fatti storici.
Dunque oblio o memoria?

“L’oblio non è possibile. È fisiologico il fatto di ricordare.
Ma il problema è un altro: credo che la memoria, in questo Paese, sia una trappola. La memoria è un qualcosa che grida, che abbisogna di manifestazioni clamorose all’interno del quale affermarsi.
Credo che il nostro rapporto con il passato collettivo, cioè della scena pubblica, debba guardare a ragionamenti storici, a quello che la storia può proporre, può raccontare del passato è il fondamento del patto di cittadinanza”.

Cosa intende per patto di cittadinanza?

“Il patto di cittadinanza nasce anche riconoscendo nel passato quello che possiamo ‘tenere’ e quello che non teniamo all’interno di questo patto. E quello che puoi tenere o no, lo dice la storia.
Per esempio nella storia repubblicana francese De Gaulle c’è mentre Vichy non c’è. Cioè la storia di dice cosa scegliere rispetto alle pietre con cui costruisci l’edificio della ‘religione’ civile.
Poi in questo periodo la memoria civile è diventata gigantesca. Non a caso si parla dell’era del testimone. Quasi che gli storici abbiano fatto passi indietro e i protagonisti sono i testimoni. Dunque una memoria gigantesca, enfatica, e dunque senza il rischio dell’oblio.
Le giornate della memoria, dal 2001 ad oggi, si sono moltiplicate a dismisura. Ma la memoria non è storia. Occorre riproporre il passato alla luce della ricerca storica, alla luce di quello che la storia elabora attraverso le fonti, i documenti  e la ricerca credo sia la strada da seguire”.

incontro 28 maggio Progetto Torino per lo sport (2)Ma perché la ‘storia’  ha fatto una sorta di passo indietro  rispetto agli anni ’70-’80 che l’ha vista protagonista ?

“Perché è stata cancellata dallo spazio pubblico.
Fino agli anni settanta e ottanta la storia era l’elemento di legittimazione di una classe politica. Ogni partito politico si legittimava attraverso la ricostruzione della sua storia. Istituto Gramsci per il PCI, Istituto La Malfa per il PRI, Istituto Sturzo per la DC, la Fondazione Nenni per il PSI. Insomma, ogni partito aveva un suo apparato che studiava e proponeva una sua versione storiografica del suo passato.
Negli ultimi vent’anni questo metodo è stato totalmente cancellato.
Le forze politiche di oggi non hanno nessun interesse a legittimarsi rispetto al passato. Anzi, credo che cancellino il passato dal loro bagaglio culturale.
Quindi la storia non è stata più una disciplina di riferimento e al posto della storia il rapporto con il passato è stato interpretato attraverso la memoria.
Cioè una memoria ‘intimaria’ che esalta le vittime, mettendo tutti sullo stesso piano: fascisti, comunisti, mafiosi, poliziotti ecc. sono tutte vittime. Ma così facendo non si costruisce nessun spazio pubblico su chi è chi”.

Lei parla di una sorta di privatizzazione, quasi un narcisismo della memoria. E così?

“Più che narcisismo nella memoria c’è, evidentemente,  un bisogno emotivo che varia a seconda dei casi tra perdono, vendetta, rancore e così via.
La memoria si connota come un punto di vista emotivo. Quindi da questo punto di vista sollecita esprimere più un ‘bagaglio’ emotivo che un ragionamento consapevole. Mentre la storia ti costringe ad un ragionamento, a delle verifiche di quanto si afferma.
Il rapporto con la rete, in questo senso, è devastante. La rete annulla lo spessore del passato. Riconduce tutto ad un enorme presente che passa attraverso le emozioni. Nel  mio libro ‘La Repubblica del dolore’ di questo parlo. Naturalmente queste emozioni sono totalmente legittime nel nostro privato, nel nostro percorso soggettivo. Ma nel pubblico sono devastanti”.

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Il Polo del ‘900 nasce proprio per dare uno spazio fisico alla Memoria di Torino

In questo contesto qual è il ruolo della politica?

“Credo che per la ‘rifondazione’ di un patto  di memoria si debbano mettere insieme le istituzioni che certamente sono indispensabili; gli storici; gli archivi e le fonti; i testimoni. Queste quattro componenti vanno sollecitate tutte insieme rispetto al nostro passato.
Questa opera la può compiere una classe politica che crede ad un progetto storiografico e che pensa al passato non come ad una specie di supermarket dove rifornirsi di volta i volta di armi da dare sulla testa dell’avversario, ma pensa al nostro passato come un elemento fondamentale nella nostra identità collettiva”.

E se dovesse pensare lo stesso ragionamento all’interno di una comunità di prossimità qual è il Comune?

“Se devo pensare a Torino punterei molto sull’asse temporale 25 aprile – 2 giugno.
Farei di questo mese e mezzo una sorta di epicentro del rapporto di Torino con il passato all’interno del quale far precipitare la ‘religione’ civile della Città: i ricordi, le memorie.
Tutto ciò che il novecento è stato e ha rappresentato: dalla partecipazione politica di massa alla comunicazione di massa. E poi i consumi di massa e la produzione fordista di massa.
Questa dimensione a Torino la ritrovi tutta.
Significa, più in generale, fare della città e del suo passato un laboratorio di riflessione storiografica”.

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